Articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore” del 25 marzo 2026.
È impossibile agire con saggezza oggi senza sapere chi si vuole essere da grandi. L’ininfluente risposta europea alla guerra all’Iran si spiega con la mancanza di una visione strategica per ciò che il nostro continente vuole e può rappresentare nel mondo.
C’è una lezione che dovremmo imparare dalle nuove potenze asiatiche: la necessità di recuperare un pensiero di lungo periodo per guidare le azioni di ogni giorno. Il governo indiano utilizza l’espressione “ विकसित भारत 2047” (“India sviluppata 2047”) per promettere che entro i cento anni dall’indipendenza il Paese sarà diventato una civiltà prospera che ritrova la fiducia in sé stessa.
La Cina guarda al 2049, centenario della Repubblica Popolare, e lega il proprio orizzonte alla formula della “中华民族伟大复兴, (la grande rinascita cinese). Modernizzazione, primato tecnologico e centralità geopolitica dopo un secolo di umiliazione. Il futuro è onnipresente nei dibattiti politici e televisivi indiani e cinesi. Tanto per Xi Jinping quanto per Modi, il centenario della nazione offre una cornice strategica e una traccia concreta per il tipo di scelte economiche, diplomatiche e militari da attuare oggi.
E l’Europa? Noi europei, come l’angelus novus raccontato da Walter Benjamin, sembriamo volgere le spalle a un futuro verso cui ci trasciniamo diffidenti. Eppure, ben più dei laboratori della Silicon Valley, di Shenzhen e di Bangalore, è proprio il nostro continente a ospitare oggi il più ambizioso progetto di trasformazione politica al mondo.
Il progetto di Unione Europea non è solamente l’unica strada perché il nostro continente rimanga luogo di autonomia e dignità e non diventi colonia e parco giochi delle nuove grandi potenze. Quel progetto, in un mondo che dice guerra, significa dire pace.
Il continente che per due volte ha portato il mondo sull’orlo del baratro, il continente del colonialismo e della Shoah, nel suo faccia a faccia con i propri crimini è stato capace di immaginare un progetto politico per superare il nazionalismo e dire “mai più”. Oggi, in un mondo che torna a mettere in scena la vecchia recita del primato nazionale, è solo l’Europa che può tenere in vita la possibilità di una storia del tutto nuova.
L’Europa ha dinanzi a sé un’opportunità storica: traghettare il pianeta oltre la distruttiva logica della sola potenza. Per farlo — ed è questa la straordinaria contraddizione che vive la nostra generazione — dobbiamo diventare noi stessi potenza mondiale. Il bivio che abbiamo di fronte è quanto mai chiaro: rimanere divisi e condannare i nostri figli a lavare le lenzuola sporche dei turisti americani e cinesi, o costruire uno Stato europeo capace di difendere i nostri interessi e difendere la pace in un pianeta che marcia verso l’implosione militare e climatica.
Noi europei dobbiamo recuperare non solo competitività o capacità militare, ma ambizione e sguardo lungo. Abbiamo un ruolo da giocare nel mondo, ed è un ruolo di primo piano e di prima importanza. Oggi, dal Campidoglio di Roma, nello stesso luogo in cui il 25 marzo del 1957 furono firmati i Trattati che diedero vita al progetto di unificazione europea, lanceremo una rete politica e culturale e un laboratorio di idee per dare spessore a questo slancio.
Lo faremo, tra gli altri, insieme al sindaco Roberto Gualtieri, alla vincitrice del premio Nobel per la pace Oleksandra Matviichuk e al più celebre filosofo europeo, Slavoj Žižek. Abbiamo chiamato il progetto Europa2057. Perché anche l’Europa ha il suo centenario: il 2057, cento anni dai Trattati di Roma.
Giriamo l’angelo e facciamogli confrontare il futuro. Facciamo come l’India e come la Cina e chiariamo a noi stessi e al mondo cosa vogliamo essere da grandi. Facciamolo alla maniera europea: non attraverso la scelta di un autocrate, ma attraverso il coinvolgimento del mondo intellettuale, politico ed economico e della cittadinanza tutta.
È così che riscopriremo una concezione della politica non più asfissiata dal breve ciclo elettorale. È così che avremo risposte chiare sul rapporto da tenere con la tecnologia, sul tipo di economia e di Stato sociale da costruire, sulle necessità militari ed energetiche e sulla posizione internazionale da tenere in un mondo che sembra marciare verso il passato buio del nostro continente.
A noi Europa, l’araba fenice risorta da quel passato, spetta oggi il vertiginoso compito di costruire, per tutto il mondo, un avvenire finalmente nuovo.